Dalla Sorgente rivoli di luce... |
Quando consideriamo il mondo con tutte le sue attività, con tutta la sua scienza, con i suoi progressi, ci sembra quasi un'utopia la legge di Dio, le sue massime. Abbiamo la triste abitudine di vivere, come se il Signore fosse isolato dalle umane attività; ed allora, abituati alle distrazioni esterne, ne rimaniamo talmente feriti, che poi, riguardando Gesù, ci pare quasi di riguardare un mito, qualche cosa di fantastico.
Eppure non è così, poiché il Signore è amore che tutto eleva, ed è infinita sapienza che tutto fa vedere nella sua vera luce. Formiamoci perciò un concetto chiaro della vita umana; un concetto senza illusioni fantastiche. Noi siamo sulla terra come individui aspiranti ad un'altra vita, essendo questa soltanto un passaggio. Ci siamo come parte del mondo, come membri della Chiesa. Come individui, noi non possiamo prescindere dai nostro eterno destino, poiché siamo fatti per il cielo. Tutte le attività, quindi, debbono essere necessariamente subordinate a questo eterno avvenire.
Che cosa giova all'uomo conquistare l'universo, se soffre detrimento l'anima sua? (Mt. 16, 26). O quale cambio darà l'uomo per l'anima sua? Tutto è vanità quello che non conduce a questo fine supremo, e se l'uomo mette nella sua vita presente le sue aspirazioni individuali, erra profondamente, trova l'infelicità e si perde.
Noi siamo esseri elevati ad una condizione superiore a quella che comporta la nostra natura. Per la grazia e per la fede, l'anima nostra è elevata alla dignità di erede del cielo; la sua scienza è la scienza del soprannaturale, rivelato per la Fede; la sua attività è superiore alle povere energie umane, ed è la virtù ed il bene operato con la grazia che eleva tutte le energie e le nobilita.
Noi dunque non possiamo considerarci come esseri materiali che vivono di una vita animale soltanto: dobbiamo considerarci nella nostra vera condizione. Un esempio. La vita di un fanciullo non è che una vita di inezie e di giuochi. Se egli è applicato allo studio non può considerarsi nella scuola come un fanciullo che giuoca; ma come un essere elevato ad una vita superiore, nella quale i giuochi non sono che stoltezza.
Diremo noi che lo studio annulla la vita del fanciullo sol perché non è conciliabile con i giuochi? Invece no, esso la eleva. Si capisce che i fanciulli che non vogliono così elevarsi, e rimangono nella loro fanciullaggine, considerano la vita dello studio con disprezzo; la considerano come un ostacolo al giuoco della trottola, al progresso del giuoco del pallone e simili sciocchezze.
Ora, la vita del mondo, con tutte le sue attività e con tutti i suoi progressi, è come un giuoco di inetti fanciulli di fronte alla vita dell'anima elevata dalla grazia. L'uomo che si lascia affascinare dalle povere cose umane, e vi stabilisce il suo fine, è un essere che decade dall'altezza a cui è stato elevato, e perde tutta la sua dignità.
Non ammiriamo noi un uomo che si dedica alla scienza, e rinunzia per essa ai diletti della vita? E che cosa è la scienza umana di fronte alla scienza del cielo? Gesù venne sulla terra per insegnarci la scienza del cielo, per riparare la nostra caduta, per rimetterci, a prezzo del suo Sangue, all'altezza dove eravamo stati elevati prima della colpa. Egli dunque non poteva parlarci dell'attività del mondo, non poteva fare altro che spingerci in alto. Può un maestro parlare nella scuola universitaria del modo come si giuoca il pallone? Certo non lo può, perché non sarebbe più scuola universitaria, allora. Che cosa siamo noi? Piccoli esseri che passano, e pochi si accorgono di questo passaggio. A che cosa può dunque servire a noi il mondo, se tutto passa?
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Ma noi siamo anche parte del mondo, perché viviamo in esso, e la nostra vita ha anche una missione terrena. Il mondo, la società, le nazioni, hanno solo una vita terrena; passano le generazioni e rimane l'umana società... Rimane dopo la fine del mondo la vita eterna, e passano per sempre le nazioni e la vita del mondo.
Dio ha dato ad ogni uomo una speciale attività che serve all'ordine comune del mondo. Anche le attitudini all'arte, al lavoro, alla scienza umana, sono doni di Dio, sono tratti della sua provvidenza. Dio ha disposto che la vita materiale dell'uomo sia come legata a questa attività. Quando Egli diceva all'uomo: Mangerai il pane col sudore del tuo volto, intendeva parlare di tutte le attività umane, che, in diversi modi e in diversi campi, diventavano lo sviluppo del mondo ed il mezzo per sostentare la vita dell'individuo.
Noi dunque come parte del mondo dobbiamo concorrere, secondo la nostra speciale attitudine, al suo ordine ed alla sua vita. Noi però, operando, dobbiamo considerarci sempre come individui predestinati al cielo, e dobbiamo operare, non già per riporre nelle cose terrene il nostro fine, ma per servircene come di mezzi per raggiungere il nostro fine.
Dobbiamo considerarci come strumenti della provvidenza di Dio. Gesù ha elevato la vita soprannaturale dell'uomo nel suo amore, rendendo la creatura figliuola di Dio. Egli ha in segnato all'uomo questa grande via per raggiungere Dio; e, poiché l'uomo era miserabile e caduto, Egli l'ha risanato, l'ha elevato, gli ha ceduto la sua vita di amore, ed in Lui esso può chiamarsi figliuolo di Dio. Tutta la grandezza della vita dello spirito si condensa in questo amore.
E' l'amore che fa conoscere Dio; è l'amore che eleva l'anima a Lui, è l'amore che la immola nel sacrifizio; è l'amore che la innalza a tale altezza da potere essere essa arricchita anche di doni speciali. L'amore del Cuore di Gesù diventa amore nostro, per l'unione che abbiamo con Lui per mezzo dei Sacramenti; allora noi lo seguiamo, le pene della vita diventano la croce nostra salvifica e ce la carichiamo volentieri per seguirlo.
Gesù, elevato sulla Croce, ha tratto veramente tutto a Sé, ha tutto trasformato nella sua attività. Anche il lavoro, anche la vita umile e nascosta, anche le lacrime nostre, nel suo amore, si elevano e si trasformano in attività superiori.
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Come parte del mondo Gesù ci ha elevati con un principio ammirabilmente semplice: con la carità. Amare Dio per raggiungere il fine eterno; amare il prossimo per raggiungere il fine terreno della vita. Per questo disse che in questi due princìpi vi era tutta la legge e i Profeti. Egli voleva dire che in questi princìpi vi è il segreto di tutta la attività.
L'amore del prossimo in noi diventa amore di Dio, perché non possiamo amarlo che in Lui, dovendo essere elevate soprannaturalmente le nostre attività individuali. L'amore del prossimo, non potendo consistere solo in parole, fuori di noi diventa concorso all'ordine generale del mondo; diventa attività che concorre al benessere comune, con la scienza, le arti, le attività nobili dell'intelletto, col soccorso ai sofferenti, con le opere della carità .
Un medico, che studia per il nobile fine di alleviare le sofferenze del prossimo, non cerca una gloria vana; ma studia accuratamente per concorrere al benessere ed all'ordine comune. Egli non può operare così senza prescindere dal proprio egoismo, senza riguardare la provvidenza di Dio, senza elevarsi a Lui. Allora l'amore del prossimo diventa mezzo per glorificare Dio.
Operare per un altro fine, per guadagnare o per cercare la propria gloria, significa non operare; significa praticamente concorrere alla rovina del mondo. Chi cerca la propria gloria ed il proprio guadagno si adatta al male, alla corrente comune della imperfezione, al gusto depravato, ed è così che il mondo è caduto e cade in tanta rovina. Per operare veramente ci vuole sacrificio, bisogna vincere la resistenza della debolezza e della inettezza umana, e questo non è possibile che quando si ha uno scopo superiore.
Ora, l'amore del prossimo per amore di Dio è lo scopo più alto che l'uomo possa avere operando nel mondo, e quindi è il vero segreto di ogni vero progresso umano: del progresso scientifico, materiale e sociale. Noi lo vediamo, col fatto, dove ci ha portato questo progresso materiale senza amore; nato dall'egoismo ha prodotto in realtà il regresso, poiché l'uomo è diventato schiavo dell'egoismo altrui, e non ha in realtà maggiori comodi alla vita, ma solo maggiori affanni.
Chi ricerca se stesso non può volere il bene altrui, ma lo sfruttamento altrui; lo sfruttamento produce la reazione, il disordine, lo sconcerto ed il disquilibrio sociale, col quale ogni progresso materiale non vale nulla! Chi non vive di una vita superiore opera solo materialmente, non sa spiegarsi nulla dell'ordinamento del mondo; è come un cieco che brancola nelle tenebre. Non basta quindi avere un fine nobile di aiutare il prossimo e di concorrere al benessere comune, per operare bene: è necessario un principio superiore, che non può essere che la gloria di Dio.
E questo è il segreto vero di una intensa attività: operare per amore di Dio; per glorificarlo in ogni cosa, per concorrere a mantenere l'armonia del mondo, per considerare le opere delle sue mani, per compiere la propria missione sulla terra.
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Quando si opera per amore di Dio, si opera rettamente ed intensamente; si opera senza egoismo e senza esagerazione, e l'uomo intreccia così mirabilmente la sua attività spirituale con quella materiale. La dottrina di Gesù, quindi, non è un'utopia fuori della vita reale, come appare a quelli che non ne vivono; ma è il segreto della vera vita, elevata e trasformata dal suo amore.
Egli non ha insegnato soltanto, ma ha operato, ci ha redenti, ci ha suppliti, ci ha accesi con la fiamma della sua carità. Non ha reso Egli amabile Dio col manifestarne la bontà? Non ha reso Egli amabile il prossimo ed ogni creatura più vile, rivestendosi dell'umana miseria, nascondendo, in Sé ogni creatura? Gesù ci ha amati, ha dato la vita per noi; ha suscitato la nostra gratitudine per lui, che tanti benefici ci ha dati, e dopo ha detto a noi: Amatevi come io vi ho amati, amate il prossimo, e tutto ciò che farete a lui lo farete a me.
E' il suo amore che può mutare la miseria in nobile grandezza, che può vincere l'inerzia dell'egoismo umano. Noi lo vediamo col fatto quanto ha operato questo amore nei secoli, durante i quali tutte le vere opere della carità, che solleva le sofferenze del prossimo, non sono spuntate che nel suo amore, e non si sono alimentate che col suo amore.
Se lo amassimo, e se in lui amassimo tutto, questa attività benefica non si restringerebbe solo a sollevare un infermo od un bisognoso, ma si rivolgerebbe al miglioramento generale delle condizioni della vita. L'uomo orgoglioso si lascia affascinare da quello che gli sembra grandezza, perché gli sembra propria gloria. Dopo avere discusso con uno scienziato, dopo avere visto uno strumento inventato dall'uomo, questo poveretto non riesce più ad elevare lo sguardo all'apparente stoltezza della Croce. E' così che, poco per volta, sulla terra, si è consumata la triste apostasia della quale siamo vittime!
Oh! non è utopia la via di Gesù, ma è verità e vita. E la verità sua non è soltanto una vana affermazione teoretica; ma è via e vita. E la vita non è la fantasia di chi sogna un ideale; ma è verità e via. Nel suo amore sono dunque i grandi princìpi di tutta la vita umana, e noi non dobbiamo farci affascinare dalle apparenze. L'anima nostra non è accidentale alle attività della vita, ma essa invece ne è la parte principale.
Ora, l'anima è fatta per Dio, ha un avvenire eterno, è spirituale, è elevata, è redenta; deve avere una vita superiore, senza la quale tutto in lei si disordina, e non conquista la pace; ma cade nella rovina, non opera salutarmente nel mondo, ma lo sconvolge. Quando l'anima nostra manca della sua vita vera, la vita allora diventa una triste illusione; nella quale all'infuori dell'egoismo, dello sfruttamento e del guadagno materiale, non si vede più nulla. Dobbiamo dunque operare per l'anima operando per amore di Dio, e dimenticarci allora del mondo, perché ci troviamo in una sfera superiore. Dobbiamo operare nel mondo per compirvi la nostra missione provvidenziale, e questa missione è determinata dal nostro stato.
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Dobbiamo operare per amore della carità, e la nostra carità deve ispirarsi all'amore di Gesù. Age quod agis: fa ciò che devi fare. Se preghi, sei in un mondo superiore, e concorri al benessere del mondo con un'attività vera, che è superiore a qualunque altra. Tu dunque allora non pensare che a pregare bene.
Se insegni in una scuola, tu compi la tua missione educatrice, se lavori altrove vivifica la tua azione con l'amore di Gesù, operando per Lui, e fa la tua scuola con accuratezza. Ogni cosa ha il suo tempo, dice lo Spirito Santo.
Se soccorri il prossimo sofferente, tu riguardalo in Gesù, e la tua carità diventa più bella; diventa soprannaturale e non conosce impedimenti od ostacoli. Come pellegrino sulla terra, guarda sempre la tua patria lontana, e non ci facciamo affascinare dal mondo; ma pensiamo che tutto passa. Non abbiamo qui la nostra dimora permanente.
Non ci fermiamo dunque nella vita materiale, ma riguardiamo tutto come mezzo per raggiungere il nostro fine: mangiare per sostentarci, per mantenere le nostre forze, non già per dilettarci; e se siamo stanchi, solleviamoci pure con qualche sollievo innocente, ma poi ricordiamoci sempre che tutto passa, e che di tutto dobbiamo rendere conto a Dio, nel giudizio che subiremo da Lui.
Ecco la sintesi della vera vita. Noi non siamo del mondo, siamo della Chiesa; e nella Chiesa siamo parte del corpo mistico di Gesù, che deve essere vivificato dal suo amore. Viviamo dunque nella Chiesa e con la Chiesa, perché Egli possa radunarci un giorno come gregge suo, e coronarci della sua stessa corona.
L'amore tuo, o Gesù, trasformerà la nostra vita, dopo la morte, nella pace eterna, dove non avremo più lutto e pianto e combattimenti, ma dove vivremo in Dio del tuo amore!
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Fuori del Cuore di Gesù l'anima non trova che l'agitazione e la confusione, perché non trova la vita. Per questo il fondamento di una vita nuova per l'anima è il distacco da tutto, e l'attrazione a Dio solo.
Noi ci stupiamo della santità di S. Francesco d'Assisi, e di quella di tanti Santi; eppure essa fu così grande perché fu fondata su di un grande distacco da tutto. S. Francesco in poco tempo si distaccò dalla sua eredità, dalla sua famiglia, da tutto, e in questa ammirabile povertà di spirito egli possedette con tanta pienezza il regno di Dio.
E' tanto necessario il distacco da tutto per edificare una vera e solida santità, che il Signore tende persino a distaccare l'anima da tutto quello che in Lui stesso l'attacca, e per questo la purifica con le aridità, con le desolazioni, con le tenebre interiori dello spirito. Noi non ci distaccheremo mai abbastanza e non saremo mai abbastanza poveri di spirito. L'anima cresce come l'edera... ha tante radici, e dove trova il posto si attacca. L'edera si attacca alla terra, agli alberi, e trova modo di attaccarsi persino sopra un cristallo trasparente, puro, senza terreno, senza pori...
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L'anima non si accorge dei suoi attacchi; ordinariamente li crede una necessità dello stesso spirito suo; si esamina e le pare che non è legata a nulla, proprio quando cento tentacoli sottili la tengono avvinta e le impediscono la libertà del volo. Oh, se noi vedessimo l'anima nostra, la vedremmo tutta legata e paralizzata proprio da una rete di attacchi.
Abbiamo mai osservato una povera mosca che si impiglia in una ragnatela? Essa volava tranquilla e sicura, e senza accorgersene si è impigliata in un filo sottilissimo... Vola ancora, ma ecco, il volo suo è limitato a quel piccolo angolo di muro, dove in fondo vi è l'insidia del ragno. Quel primo filo potrebbe spezzarlo facilmente, ma, perché non lo vede e giudica che il suo volo sia trattenuto da altre cause, essa non lo spezza; vola in quel piccolo ambiente e si impiglia in un altro filo. Allora fa sforzi per districarsi, ma più si impiglia, perché va appoggiando le sue zampe e le sue alette proprio nel groviglio di quei fili. Poco per volta si trova chiusa, viva ancora, sì, ma chiusa in una prigione che la paralizza tutta. Allora il ragno maligno esce dal suo nascondiglio, la avvolge ancora di più e poi le succhia la vita, finché rimane un povero carcame vuoto e morto.
Questa è la sorte dell'anima che si attacca alla terra, alle cose, alle persone, agli ambienti, alle sue inclinazioni, al suo giudizio, ai suoi sistemi, alle consolazioni ed al fervore interno, alle creature nelle quali vede un raggio della vita di Gesù, allo stesso Gesù, ossia a quello che in Gesù l'appaga e la soddisfa. E' necessario perciò spezzare risolutamente ogni vincolo, ogni attacco, per ritrovare non già il vestibolo del suo Cuore, ma l'infinita sua Vita.
Il carattere preciso di un attacco è la preoccupazione e l'agitazione; tutto quello che avvince l'anima l'agita e la preoccupa. Così è possibile conoscere con facilità gl'innumerevoli attacchi del cuore.
Ti agiti perché sei freddo? Sei attaccato al fervore. Ti agiti perché non hai visto quella persona buona che ti aiutava nell'anima? Sei attaccato ad essa. Se tu cercassi proprio e solo la vita dello spirito, saresti rimasto calmo e sereno nella Volontà di Dio, quando un impedimento non te l'ha fatta vedere. Ti agiti e ti risenti perché sei contrariato nel tuo giudizio ? Ci sei attaccato.
Ti agiti perché ti si toglie quel posto, quell'ufficio, quel sollievo, e ti agiti con la scusa del bene degli altri, e credi che non ti dispiaci per te, ma per gli altri... in realtà ci sei attaccato. Ti agita e ti turba l'umiliazione? Sei attaccato al tuo decoro ed alla tua gloria. Ti agita l'essere stimato colpevole quando credi di non esserlo, e trovi subito tutte le ragioni per giustificarti? Sei attaccato alla tua stima.
Ti agiti perché non puoi pregare a lungo, o con gusto, o con fervore, o con diletto, e credi di agitarti perché temi di dispiacere a Dio, di fare male quella Comunione ecc... non è vero! Ti agiti perché sei tutto attaccato al tuo giudizio, alle tue inclinazioni, alle soddisfazioni stesse dell'anima.
Ti agiti perché sei umiliato ? Sei attaccato all'orgoglio più di quello che credi! E rimani sterile e dici: Come mai in me non cresce nulla?... Perché... Perché la terra è tutta piena di spine che tu non vedi e che soffocano ogni germe di vera e di solida vita. Per questo il Signore ti inaridisce, ti tribola, ti si nasconde, ti dà l'impressione che sia adirato con te... per staccarti da tutto.
Quando tu rinunzi al fervore per amor suo, lo trovi; quando rinunzi alla consolazione, essa ti si effonde nell'anima; quando rinunzi alla tua libertà allora sei libero, quando rinunzi a tutto allora hai tutto... < Beati i poveri di spirito, poiché di essi è il regno dei cieli! >.
Nella via della santità certe vie, che sembrano per noi il colmo della grazia e della perfezione, non sono in realtà altro che una semplice attrazione, un allettamento per attrarre l'anima. Come si fa per allettare un bambino alla professione delle armi? Gli si compra la piccola spada, l'elmo, lo schioppo, e lo si fa giocare. Il bambino si crede un guerriero quando il suo piccolo fucile ha dato un piccolo colpo con un meschino fulminante.
Lo lasciamo giocare; ma poi un bel giorno gli togliamo tutti i giocattoli guerreschi e lo chiudiamo nel collegio militare. Se il bambino vuole seguitare a giocare e si rammarica di non combattere più, e vuole che ritorni il primo periodo della sua vita, in realtà non va avanti, ma si trova del tutto smarrito. Così Gesù fa con le anime.
Prima le fa giocare. Esse credono che i giocattoli siano la vita di perfezione, ma non lo sono. Essi riescono solo ad allettare, a dare loro la prima idea, il primo desiderio della perfezione. Ecco che il Signore permette che incontrino anime buone, che servono a dar loro il primo desiderio di una vita superiore. Poi tutto è troncato: via i giocattoli, l'anima è desolata, ma è Gesù che la eleva. Allora l'anima non deve fare altro che seguirlo, che rinunziare interamente ai primi allettamenti, e riposare nella sua Volontà, e farsi guidare da un buon Confessore, e vivere raccolta. Se essa va cercando ancora i primi... zuccherini, si smarrisce e perde ogni vita.
Perciò stacchiamoci da tutto, e quando un nostro desiderio è contrariato dagli eventi, ringraziamone Dio, poiché quella è una grazia grande. E' per gli eventi stessi che Gesù ci conduce gradatamente al distacco.
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Il mondo non è che un immenso ospedale di infermità, la cui radice è sempre nel peccato maledetto, perché ogni male morale o fisico deriva solo dal peccato.
Dio ha fatto tutto nell'ordine, e quello che è uscito dalle sue mani è perfetto nel genere suo; il peccato, essendo l'allontanamento della creatura da Dio, la sostituzione della creatura a Dio, non può portare con sé che il disordine, ed allora l'uomo perde quella forza dominatrice che ha ricevuta, cade in un ordine inferiore, e con lui trascina anche tante creature che domina o che hanno con lui una relazione più o meno prossima.
Le leggi della provvidenza non sono turbate, per la potenza di Dio che si serve anche del male per ritrarne il bene, ma l'uomo risente in tanti modi gli effetti della sua caduta. L'ordine della provvidenza per lui è veramente turbato, ed egli non trova più pace, è agitato internamente, è sopraffatto anche esternamente dai malanni e dal dolore.
Il Cuore di Gesù è il medico dell'umana infermità, e chi va a Lui è risanato, risale all'altezza della sua nobiltà, e la stessa sua miseria gli si muta in bene ed in merito. La tribolazione, per l'anima che vive di Li ed in Lui, si muta in vita, perché diventa un complemento della sua passione nell'anima stessa. E in Lui che tutto rifluisce e tutto si trasforma.
Abbiamo mai considerato il mistero della remissione del peccato? Come è che il peccato che è un fatto storico, un fatto che è sempre reale nell'infinità di Dio, come è che è annullato e perdonato? Cerchiamo di meditarlo e di capire questo grande mistero.
Quando l'uomo ritorna a Dio per la penitenza, non fa che rimettere in Gesù Redentore il triste fardello delle sue colpe. E' la Passione di Cristo Gesù che trasforma ed assorbe queste miserie, ed il fatto storico del male diventa fatto storico della sua Passione. Gesù ha caricato sopra di Sé tutte le iniquità umane, fino alle ultime che si consumeranno sulla terra, ed in Sé le ha annientate per l'amore; le ha mutate, per il sacrifizio, in un'armonia di giustizia e di riparazione.
Noi, per il Sacramento della penitenza ci congiungiamo a Lui, e diventiamo veramente una parte del suo corpo immolato; logicamente, quindi, il peccato, in questo modo, non è solo coperto, ma è annientato nel Sangue e nell'amore di Cristo. Il fatto storico che è incancellabile diventa una delle attività della sua Passione, quindi rimane come fatto storico, ma rimane in Lui, rimane come attività del suo amore.
Questo è il grande segreto del mistero della espiazione del peccato e della sua remissione. Alcuni eretici dissero che il peccato era solo coperto; ignoravano completamente la natura ed il valore del sacrifizio di Gesù.
Per intendere questa grande verità, immaginiamo una macchina che è capace di trasformare ogni cosa putrefatta nei suoi elementi puri. Noi vi gettiamo dentro una carogna di animale e la macchina lavora, tritura quell'ammasso impuro, geme essa stessa e raccoglie il fetore di quella carogna; ma da essa non viene fuori poi che un elemento chimico puro.
Finché la carogna è fuori della macchina, mette orrore; ma basta che si congiunga alla macchina, che subito la stessa sua putrefazione si trasforma, e quello che prima nauseava, ecco diventa un bene. Allora l'animale morto non esiste più storicamente, ma diventa materia prima del lavoro della macchina. Così succede nella remissione dei peccati. L'uomo pecca ed è un ammasso di disordine; è un fatto reale il suo peccato, ed il fatto non può cancellarsi.
L'uomo si pente; il suo dolore ha reso già il peccato un'occasione per rivolgersi a Dio; esso non è più il male che divideva da Dio, ma è la spinta che risolleva a Dio! E' la base della umiltà che fa riconoscere alla creatura il suo nulla. Il peccatore riceve il Sacramento della penitenza e si congiunge alla passione di Gesù; il suo peccato era stato già da Lui raccolto e trasformato in amore nel suo Cuore; il peccatore, quindi, nel congiungersi con Lui, non trova più la miseria, ma la sua attività espiatrice, che è solo amore a Dio; ed ecco che non rimane più il peccato, ma rimane la giustizia, e l'uomo è giustificato e vive in Lui e per Lui.
Il pentimento naturale del male fatto non porta la pace nell'anima, mentre l'assoluzione sacramentale ci porta la gioia. Questa gioia, questa soddisfazione non è la gioia effimera di chi si libera da un segreto dell'anima, perché spesso con tanti si confessano le proprie colpe; a tanti si confidano, ed in tanti modi, le proprie miserie, senza averne pace; quella soddisfazione è la percezione precisa, spesso subcosciente di un bene, di una ricchezza ricevuta... è la soddisfazione dell'anima che non sente più il peso del peccato perché il peccato è giustificato in Gesù Redentore, si è mutato, è stato trasformato. L'uomo si sente giusto, non ha più rimorso, ha la pace, perché Gesù accolse il suo fango, e lo mutò nel suo Sangue in ricchezza luminosa di cristallini lucenti nell'infinito sole.
Quale meraviglia è dunque la remissione di un accenno soltanto di questa meraviglia, un peccato! che in realtà sarà oggetto di eterna contemplazione, poiché in Cristo appariranno tutti i peccati del mondo, trasformati in amore. Questo è il glorioso trionfo di Dio sul male; questo è il debellamento completo di satana.
I nostri peccati e gli atti della penitenza sono, diciamo, la materia del Sacramento della Penitenza. Oh, come la Chiesa è sublime e precisa in ogni suo insegnamento! La materia prima che Gesù lavora, che con la formula nuova si trasforma per Lui ed in Lui e diventa ricchezza, amore e pace. La penitenza che a noi impone la Chiesa è parte integrante del Sacramento, perché è diretta al nostro utile, a completare quella piena unione col Cristo, che è rara tra i fedeli, a risanare le piaghe nostre.
Così, quando l'acqua di un pantano si è cristallizzata, soffia il vento benefico e gelido, che spazza via gli ultimi miasmi che ancora ammorbavano l'infetta palude. Oh, quali miracoli di amore in una sola assoluzione! Noi possiamo sempre confessare i peccati più gravi passati, anzi in ogni confessione li confessiamo con un'accusa generale, recitando il Confiteor. Che cosa produce questa confessione di peccati già rimessi? Noi li depositiamo novellamente in Cristo Redentore, e questo è un novello atto di fiducia che aggiunge novella grazia alla giustificazione già avuta, perché rende più intimo il nostro amore e la nostra unione con Lui. Ricordando i peccati passati noi ci umiliamo, e facciamo fiorire l'anima nostra di novelli fiori, e raccogliamo come una folata di vento e di profumo dalla sua attività redentrice.
Oh, l'amore di Dio quanto è grande nella giustificazione di un'anima! Se meditiamo questa parola intenderemo quanto Egli ci ha amati e quanto ci ama!
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Io parlo a voi, a voi che mi siete tanto vicine e vi credete tanto lontane, che mi siete tanto care e vi credete amare come mirra ed assenzio; mi rivolgo a voi che siete per me tanto pure e vi credete tanto abbiette. Ma... i vostri non sono sentimenti di umiltà, sono sentimenti di dispetto con voi stesse... E per questo io vi parlo così.
Voi dunque, figli miei, mi siete tanto cari, ve lo dico io, ma in voi ci sono ancora tante miserie e tante debolezze, perché voi riconosciate il vostro nulla e perché glorifichiate Dio. Tante volte voi vi meravigliate perché la natura umana ha tante miserie, tante debolezze e dite: perché neppure Gesù le toglie queste miserie? Ebbene, io vi spiego questo mistero.
S. Paolo, elevato alla più alta contemplazione, sentiva gli stimoli della carne che lo tormentavano e se ne lamentava. Quelle miserie lo tenevano nell'umiltà, e nel medesimo tempo lo congiungevano di più a Me, perché egli per necessità doveva tenersi unito a Me per il timore di macchiarsi.
Fu così che egli sentí il dovere di fare penitenza; fu così che ebbe la continua percezione dei mali della povera umanità; fu così che l'attività del suo zelo si accese di più. Voi siete elevati da un ordine inferiore alla vita della grazia; nelle miserie naturali risentite la vostra origine, e per esse voi sentite la vostra infermità. E' così che per l'annientamento che in voi portano, voi vi elevate, ed il fango diventa spirito.
A tante anime io ho tolto certe miserie, ma non tutte, però; quando poi un'anima deve pregare, riparare, gemere per l'abbrutimento di tante creature, allora io non solo non le tolgo le miserie, ma gliene permetto una percezione più molesta, perché tocchi con mano quello che è la lotta della natura contro lo spirito.
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Il legno, il ferro, l'acciaio sono corpi pesanti, e come potrebbero volare per il cielo? Voi mutate lo stato di questi corpi dando loro un movimento, facendoli partecipi di un movimento.
Ecco l'elica dell'aeroplano in moto.. l'apparecchio sembra cambiare natura,... si solleva dal suolo, ascende, vola; si eleva, volteggia. E' diventato leggero? No, è sempre pesante, ma, partecipando al moto dell'elica che lo solleva, diventa una piuma. Se nel sollevarsi perdesse ad un tratto il peso, la resistenza, tutto quello che è proprietà di un corpo grave, ma che è ostacolo e miseria per un corpo che vola, allora non glorificherebbe più la potenza che lo eleva in alto, e non sarebbe che un essere abbandonato alle correnti dell'aria.
E' il peso dell'aeroplano che tiene sempre vigilante al timone l'aviatore, che fa tenere sempre in moto l'elica, che lo costringe a muoversi nell'alto del cielo, perché se si ferma cade a precipizio. L'aeroplano deve rendere servigi alla terra nelle vie del cielo; se mutasse natura, allora non potrebbe più ritornare alla terra, e la sua missione sarebbe vana. Così siete voi.
Creati nello stato di natura, voi siete elevati dalla grazia mia, che è come il movimento potente comunicato alla vostra pesante miseria. Allora vi elevate, sembrate fatti come angeli puri; volate, ma avete con voi il peso e la resistenza, le miserie della vostra natura, perché in questo contrasto sta la grande gloria che viene a Dio dal vostro elevamento ad una condizione superiore.
Mi intendete? E perché allora vi accorate e vi turbate? Alle anime più fiacche io evito certe prove, ma voi anime consacrate a Dio, voi se non risentiste il peso dell'umana miseria, non avreste occasione di riparare. Mutatela tutta in lode ed in amore, e dite a Dio: Signore ecco quello che siamo! Signore, siate glorificato nella nostra nullità! Signore, sia gloria a voi solo! E vivete di me, perché voi non intendete che la mia ricchezza eucaristica non vi libera in un momento, ma ha bisogno di anni di lavoro costante. Le miserie della carne si consumano poco per volta, o, meglio, si paralizzano poco per volta.
Non è nulla il sentire la ribellione, non è colpa, non è peccato. Non bisogna turbarsene, ma affidarsi a me solo. Voi vedete un oggetto che vi turba? Ebbene, mettetegli le ali del potente motore: volgete gli occhi a Dio, e pensando alla sua bellezza, dite: Signore, come siete bello nelle vostre creature.
Voi sentite un'attrazione al male? Mettetegli le ali, e dite, torcendo sempre prontamente il pensiero dal male: Signore, come sono miserabile!... E' necessario togliere subito l'occhio dell'oggetto che turba, se è male, ed il pensiero dal fantasma che agita, e portarlo a Dio, costringendo così il fango stesso a volare nell'alto del cielo ed a glorificare Dio. Ogni creatura può glorificare Dio se mette queste ali di amore! L'essenza della impurità sta nel concentrarsi sulla creatura dimenticando Dio. In questa idolatria scellerata sta l'abbrutimento del vizio.
Un miserabile, dato ai disordini del male, va cercando oggetti scellerati per desiderare di esserne schiavo. Ci si concentra, si agita, desidera la schiavitù della creatura, e si abbrutisce perdendo di vista il suo fine. E' necessario fuggire sempre dall'oggetto che può attrarre la sensibilità, e rendere schiavi del fango; ma quando esso capita senza volerlo sotto lo sguardo, allora bisogna vincere quell'attrazione col benedire Dio nella simmetria e nella bellezza delle creature sue.
E' questa una lezione dura, figli miei, è una lezione ardua. Ma è necessario che sappiate come vincere quei primi turbamenti che cagionano, poi, nel mondo la rovina di tanto male. La creatura che vi attrae sensibilmente è sempre pericolosa, e bisogna prontamente fuggirla; sarebbe pericolosa stoltezza il fermarcisi col pensiero, con la scusa di trarne gloria di Dio.
Ma quando capita di stare di fronte ad una creatura che turba, allora bisogna volgersi a Dio, e dirgli: < Sii benedetto, o Signore, nella bellezza che tu hai creata >. Il pensiero che turba si arresta, ve lo dico io, ed il fango stesso mette le ali. Il mondo è tutto infangato, sommerso oramai dall'impurità. Il demonio ha i suoi idoli dovunque, e la moda mette in rilievo le forme belle della creazione, idolatrandole, rendendole scelleratamente il termine delle aspirazioni del cuore umano. Questi orrori debbono terminare, e ci vogliono molte vittime. Ci vogliono le vittime dell'amore, quelle che calpestino con piede immacolato gl'idoli del mondo, e queste vittime voglio che siate voi, o anime consacrate!...
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Guarda Gesù crocifisso, o anima orgogliosa, e vedi quanta pace Egli ti trasfonde nella sua nudità ammantata di Sangue! Un Corpo divino vestito di piaghe e il tuo corpo peccatore vestito di bisso? Un Re immortale ridotto obbrobrio di tutti, e un suddito decaduto che pretende gloriarsi innanzi al suo Re? Come puoi tu notare i difetti altrui se sei pieno di miserie? E come puoi notare la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello se hai la trave nel tuo?
Vuoi affermare la tua volontà e pretendi far valere il tuo giudizio, quando ne hai così poco da non saper guardare al tuo bene vero e da non saperti rinnegare? Beata l'anima che può vivere nascosta ed umiliata in questo mondo, senza ricevere mai onori, senza essere tenuta in considerazione, senza comparire neppure agli occhi altrui! Beato chi può servire e può stare all'ultimo posto come inutile ingombro! E' in questo annientamento che l'anima si riempie di grazie e diventa feconda di amore. L'anima orgogliosa guarda con invidia i grandi del mondo ed anche i grandi della Chiesa, e si lascia affascinare dagli onori; ma se potesse ponderare quante ombre si formano sull'anima per quelle grandezze, essa correrebbe sollecita all'ultimo posto e bacerebbe la terra che l'accoglie come povertà e come piccolezza.
La sorte non è di chi è colto, di chi ha titoli di onore, di chi ha splendore di ricchezze ed è onorato; la sorte è di chi è niente innanzi al mondo, è colmato di obbrobrio e raccoglie solo disprezzi. Nessuna grandezza equivale la tua, o piccola anima se tu sai tenerti in questa piccolezza, e sai essere simile a Gesù nell'obbedienza. Che cosa più incantevole di un florido bimbo, piccolo e spirante innocenza? E se il bimbo vuol farsi grande e si mette la giacca e la tuba del padre, che cosa più buffa di lui? Gesù ci ha rivestiti, di Sé, di Sé che si è fatto servo, e noi rifiuteremo il manto del Verbo umanato per rivestirci di quello dell'orgoglio? Quale santità potrebbe sbocciare in noi, se ci umiliassimo e se sapessimo obbedire! L'amore del Cuore Divino si volge alla nostra debolezza per rifarci a nuovo!
Leggiamo le vite degli umili grandi, leggiamo le vite di S. Gerardo Maiella, di S. Pasquale Baylon, di S. Corrado, dei santi più umili della Chiesa. Nascondiamoci, facciamoci piccoli, non facciamo ascoltare la nostra voce che per avere parole di carità e di umiltà! Umiltà, umiltà, umiltà che è fonte di santità, umiltà piena. Per questo Egli vuole farci santi nelle braccia di Maria SS.; per questo la devozione a Maria SS. è fonte di umiltà. Dinanzi alla Mamma come non ci sentiremo piccoli? E come non sentirsi soavemente nulla, guardando quell'umile grandezza? Come non sentirsi annientati depositando nel Cuore immacolato tutte le nostre miserie? Non ci scoraggiamo mai perché siamo miserabili, ma riteniamo come assioma di essere più miserabili di tutti, e facciamo capo a Gesù Crocifisso per Maria Immacolata.
Manchiamo mille volte? E mille volte ci umiliamo, mille volte l'io cede a Dio e la grazia lo inonda di divina frescura. Abituiamoci a umiliarci nelle mancanze, ed esse saranno concime dell'anima nostra. Se crediamo di non poterci emendare perché questa è la nostra natura, noi poniamo l'orgoglio a puntello della colpa; confessiamo invece di aver mancato, di essere miserabili ed ingrati, e la colpa non prenderà radici nell'anima nostra. Consideriamoci nulla ed abituiamoci a tacere di noi.
Gesù ha grande riserbo nella grazia che effonde in noi, e, quando ce ne compiacciamo o ce ne gloriamo, Egli si eclissa come se fosse denudato. Beata quell'anima che è fatta degna di essere umiliata anche esternamente, e che può sfuggire al laccio dell'orgoglio! Ma questo non è di tutti, ed è un dono particolare del divino amore. Cogliamo perciò almeno i piccoli fiori di involontario disprezzo, di inconsiderazione, di trascuratezza, di rimprovero che ci offre la giornata. Facciamoci piccoli, piccoli, piccoli, non già raggomitolandoci nel dispetto, ma impiccolendoci nell'amore. Se ci appartiamo per sfiducia, non siamo umili ma indispettiti...
O quanta umiltà deve fiorire nel nostro cuore se vogliamo essere vicino al Cuore di Gesù! Oh, non abbiamo noi estrema ripugnanza persino a manifestarci nelle miserie nostre? E se si commette una colpa grave è arduo problema il confessarla? Che cosa più bella quanto umiliarsi ai piedi del Sacerdote e dirgli tutto? E' quello l'atto di umiltà più fecondo, perché è come il trivello che scava la roccia e ne fa scaturire l'acqua salutare. Bandiamo da noi ogni risentimento, bandiamo ogni mormorazione, siamo piccoli piccoli ed umili di cuore. Affidiamoci a Gesù, affidiamoci a Maria SS.; crediamo e confidiamo. Abbiamo una grande fede, piena di umiltà, poiché la Fede è esercizio di umiltà, e l'umiltà è alimento di fede.
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Ascolta Gesù che ti dice: Sei nel mio cuore e non te ne accorgi, perché non conosci ancora la bontà mia, perché ancora ti rivolgi a te, quando io tante volte ti ho detto di dimenticarti. Sei come un bimbo pauroso del mare, a cui la mamma vuole insegnare il nuoto. Essa gli dice: non ti agitare, non piangere, non gridare... Ma il bimbo non desiste dal temere di essere inghiottito dall'elemento che potrebbe invece sostenerlo, sol che ci si abbandonasse con fiducia.
La fiducia nell'acqua del mare pare che ne muti subito la natura, e diventa sostegno, quando prima era un vuoto spaventoso, soffocante, opprimente; diventa dolce, quando prima sembrava corrucciato; diventa un divertimento, quando prima sembrava la morte. Gli stessi marosi, che spaventavano il bambino come mostri marini, ruggenti, spumeggianti per l'ira, riversi sopra di se stessi, come l'artiglio di un mostro,... quegli stessi marosi diventano il divertimento del bambino, che si vede cullato da quello che prima sembrava volesse ingoiarlo! Tu, anima cara, non hai considerato ancora la bontà di Dio, l'immensità della sua misericordia, e, come bambino nel mare, consideri solo la tua pesantezza, e vorresti gradatamente appoggiarti alle acque, quando il segreto per appoggiarvisi è quello di abbandonarvisi di un tratto, avendo fiducia di andare su, anche quando nel primo momento ti senti sommersa.
O anima cara, tu non sai ancora che il mio Cuore è un mare sterminato di bontà, e non sai ancora abbandonarti alla mia bontà. Io non dico: alla mia Volontà, ma: alla mia bontà, perché ti voglio più avanti nel mio amore. L'abbandono alla mia volontà è la tua dedizione a me; l'abbandono alla mia bontà è la fiducia piena, filiale, che ti fa dimenticare te stesso e ti fa riposare in me.
Perché guardi sempre a te stessa? E' questo che ti cruccia e che paralizza la tua vita. Chiudi una volta gli occhi sopra di te, e non pensare alle tue miserie, come ci pensi tu, agitandoti, ma, quando le constati, tu esclama: < O bontà del mio Gesù, o bontà del mio io, ecco un'altra occasione per glorificarti nella mia nullità estrema >. E' questa la più bella glorificazione di Dio, che creando, redimendo, santificando, glorificando, non fa che diffondere la sua bontà. Tu, dunque, cambia via, e segui questa novella via:-L'abbandono alla mia bontà.
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